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ANCONA – Pescherecci ormeggiati e attività di pesca sospese per protestare contro il caro gasolio. Anche la marineria di Ancona ha aderito alla mobilitazione nazionale del settore ittico, ormai alle prese con costi di gestione diventati difficilmente sostenibili. Una situazione che mette a rischio non soltanto la sopravvivenza delle imprese, ma anche numerosi posti di lavoro.
La protesta nasce dall’iniziativa delle 43 marinerie italiane che lo scorso 22 settembre hanno sottoscritto un documento inviato al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, chiedendo misure concrete per fronteggiare l’aumento dei costi. Da allora le difficoltà si sono aggravate, fino alla decisione di fermare le imbarcazioni.
A descrivere la situazione è Apollinare Lazzari, della cooperativa produttori di Ancona, che sottolinea come la mobilitazione abbia ormai coinvolto quasi tutte le marinerie del Paese. All’iniziativa hanno aderito anche numerosi pescherecci di Civitanova Marche, mentre soltanto una parte limitata delle imbarcazioni ha deciso di continuare a lavorare.
Il problema principale resta il prezzo del carburante, indispensabile per garantire le uscite in mare. Ad Ancona, dove gli operatori acquistano direttamente il gasolio dalla raffineria, il costo oscilla attualmente tra 1,15 e 1,20 euro al litro. Nel resto d’Italia la media raggiunge invece circa 1,30 euro. Numeri che pesano in maniera significativa sui bilanci delle imprese di pesca.
Il confronto con lo scorso anno rende ancora più evidente la gravità della situazione. Dodici mesi fa un litro di gasolio costava circa 65 centesimi, praticamente la metà rispetto ai livelli attuali. Un’impennata dei prezzi collegata alle tensioni internazionali e al conflitto nel Golfo, che sta mettendo in ginocchio un comparto già alle prese con numerose difficoltà.
Le conseguenze potrebbero presto ripercuotersi anche sull’occupazione. Lo stesso Lazzari ha spiegato che sulla propria imbarcazione lavorano otto persone, ma che, senza un’inversione di tendenza, potrebbe essere costretto a ridurre il personale di due unità. A rendere ancora più delicato il quadro è l’assenza, al momento, di strumenti di cassa integrazione in grado di tutelare i lavoratori coinvolti.
Da qui la richiesta di un intervento immediato delle istituzioni, sia a livello nazionale sia regionale. Gli operatori chiedono risposte che consentano di contenere i costi e garantire la continuità delle attività.
La preoccupazione, intanto, cresce lungo tutta la costa marchigiana. Senza misure di sostegno, il rischio è che quello che oggi rappresenta uno stop di protesta possa trasformarsi in un fermo prolungato delle imbarcazioni, con pesanti ripercussioni economiche e occupazionali per l’intera filiera della pesca.