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JESI – Non è soltanto una questione di attese e di barelle che non si liberano. Le ambulanze ferme per ore davanti al Pronto soccorso dell’ospedale Carlo Urbani rischiano di trasformarsi in un problema per l’intero sistema dell’emergenza, perché quando un mezzo resta immobilizzato viene inevitabilmente ridotta la capacità di risposta sul territorio.
L’ultimo episodio si è verificato lunedì, quando diverse ambulanze provenienti da Jesi, Cupramontana, Apiro, Serra San Quirico e Morro d’Alba sono rimaste ferme davanti al Pronto soccorso dalle 13 alle 22, in attesa della disponibilità delle barelle. Dopo più di cinque ore di attesa, alcuni pazienti sono stati trasferiti a Fabriano. L’ambulanza di Serra San Quirico ha dovuto riportare a casa una paziente, mentre quella di Morro d’Alba è riuscita successivamente a ripartire.
A sollevare il problema è Giuseppe Lorenzetti, presidente della Croce Verde di Cupramontana, che parla di una situazione arrivata «al limite». Il nodo riguarda soprattutto i volontari, che garantiscono una parte importante dei servizi di emergenza mettendo a disposizione gratuitamente il proprio tempo.
«Molti hanno anche un lavoro e impegni ai quali devono tornare – sottolinea Lorenzetti –. Se un volontario parte per un servizio e non sa se rientrerà dopo due ore oppure dopo sette o otto, diventa sempre più difficile chiedergli di continuare a garantire la propria disponibilità».
Una difficoltà che arriva fino all’organizzazione degli equipaggi. «Ci troviamo a dover organizzare cambi direttamente al Pronto soccorso», spiega il presidente della Croce Verde. E il timore è che, nel lungo periodo, la situazione finisca per scoraggiare proprio quelle persone che scelgono di dedicare tempo e energie al volontariato.
Ma c’è anche un’altra conseguenza, ancora più delicata: la copertura del territorio. Un’ambulanza ferma per ore davanti all’ospedale è infatti un mezzo che non può rispondere a una nuova emergenza. «Se nello stesso momento avviene un incidente o arriva un’altra richiesta urgente, qualcuno deve comunque poter intervenire», evidenzia Lorenzetti.
Dello stesso avviso Andrea Sbaffo, presidente dell’Anpas, che richiama l’attenzione sul ruolo dei volontari nel sistema dell’emergenza. «Il volontario mette a disposizione il proprio tempo perché vuole aiutare il prossimo, non per trascorrere otto o dieci ore fermo in attesa che si liberi una barella». Una situazione che, secondo Sbaffo, «genera frustrazione e rischia di allontanare anche chi oggi continua a garantire questo servizio».
Il problema, però, non riguarda soltanto la gestione degli accessi al Pronto soccorso. Dal territorio arriva anche la richiesta di rafforzare i servizi intermedi e la presa in carico dei pazienti che potrebbero essere gestiti al di fuori dell’ospedale.
Il medico di medicina generale di Cupramontana Francesco Freddo sottolinea la necessità di «più posti cuscinetto sul territorio», utili a gestire una parte delle patologie che oggi finiscono per gravare sull’emergenza ospedaliera. Particolarmente complessa, secondo il medico, è la gestione domiciliare dei pazienti anziani non autosufficienti, dove l’aspetto sanitario rappresenta soltanto una parte delle difficoltà.
Nel distretto di Jesi operano circa 80 medici di medicina generale. Anche l’invio al Pronto soccorso di un solo paziente per ciascun medico può contribuire rapidamente ad aumentare la pressione sulla struttura, a cui si aggiungono gli accessi autonomi.
Il quadro che emerge è dunque quello di un sistema interconnesso: le difficoltà nella gestione dei pazienti al Pronto soccorso finiscono per ripercuotersi sulle ambulanze, sulla disponibilità degli equipaggi e, di conseguenza, sulla capacità di garantire una risposta tempestiva alle emergenze sul territorio.