Condividi:
Al termine dell’operazione denominata "Grandsons 2" la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Ancona ha chiesto il rinvio a giudizio per i 29 imputati: l’inchiesta che ha decapitato il clan che, secondo l’accusa, era guidato da Vincenzo Marino, 51 anni, detto "zio", tra Porto D’Ascoli, San Benedetto e l’Abruzzo.
La resa dei conti era arrivata a luglio scorso, dopo il blitz della Squadra mobile di Ascoli e della Sisco di Ancona: 14 misure cautelari, 12 in carcere e due ai domiciliari, più 13 indagati a piede libero.
Ora un nuovo capitolo: la Procura distrettuale antimafia ha chiesto l’incidente probatorio per Marino, la moglie e il figlio.
Si terrà il 22 maggio, quando verranno risentiti per cristallizzare le loro dichiarazioni che varranno come prova in caso di processo. La richiesta è arrivata questa mattina durante l’udienza preliminare davanti alla giudice Francesca De Palma, fissata dopo la richiesta di rinvio a giudizio.
L’accusa è di associazione a delinquere per traffico di droga e detenzione di armi da guerra: secondo gli inquirenti, tre chili di cocaina pura al mese, eroina, hascisc e un giro da oltre 60mila euro ogni 30 giorni, quasi un milione l’anno.
La base logistica sarebbe stato in una villa abusiva a Porto D’Ascoli con leoni di pietra e mosaici giganti a sancire il potere del boss.
All’interno dell’edificio trovati due pistole a tamburo, un fucile a canne mozze e persino una bomba a mano dell’Esercito, senza carica, scovata in giardino dai cani della polizia.
"Ammazza, uccidi e spara se reagiscono", l’ordine di Marino ai suoi. Ex collaboratore di giustizia legato alla cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura, avrebbe gestito tutto: acquisto, trasporto, taglio della droga. Fuori della "base" videosorveglianza e vedette. In famiglia sarebbero state cinque donne a confezionare dosi mentre minorenni sarebbero stati usati come pony express.
Per la Distrettuale Marino avrebbe riproposto metodi violenti, tipici delle cosche, alleandosi con pusher albanesi. Un fattore allarmante: l’attività sarebbe proseguita anche dal carcere con telefoni e direttive. Il prossimo obiettivo del clan, poi sfumato, sarebbero state piantagioni di marijuana in Spagna.