GIORNALISMO E POLITICA: LA RESPONSABILITÀ DI RACCONTARE IL REALE, NON IL RUMORE
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La politica non è un palcoscenico per vanità improvvisate né una cassa di risonanza per chi scambia il clamore per contenuto. È, o dovrebbe essere, esercizio rigoroso di responsabilità pubblica. Quando il giornalismo abdica al suo ruolo critico e si limita a fare da megafono a personaggi di vario genere, non solo smarrisce la propria funzione, ma contribuisce a erodere quel fragile patto di fiducia che lo lega ai cittadini.

«La libertà di stampa è la libertà di dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire», scriveva George Orwell. Ma questa libertà implica una selezione, una gerarchia, un’etica. Non tutto ciò che fa rumore merita ascolto, e non ogni voce ha diritto alla stessa amplificazione. Dare spazio indiscriminato significa, spesso, sottrarre spazio alla verità.

C’è una responsabilità silenziosa ma decisiva nel mestiere di informare: distinguere tra chi costruisce e chi simula, tra chi propone e chi si esibisce. In un tempo in cui la visibilità è scambiata per autorevolezza, il rischio è che il racconto pubblico si trasformi in una fiera di illusioni, dove il merito cede il passo alla teatralità.
E allora forse vale la pena ricordare le parole di Italo Calvino: «Prendere la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità».

La politica, come il giornalismo, può e deve essere anche accessibile, comprensibile, persino narrativa. Ma non può permettersi di essere superficiale. Perché ogni volta che si presta al gioco dell’apparenza, perde peso, e con essa lo perdono le istituzioni, i media, e infine i cittadini.
In fondo, la credibilità non si costruisce amplificando tutto, ma scegliendo cosa merita davvero di essere ascoltato. E questo, oggi più che mai, è un atto profondamente politico.

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